Abbazia di Monte Oliveto Maggiore

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Architettura e Spiritualità

L'Abbazia

Gli spazi di un monastero sono legati ad una prospettiva di lettura della realtà molto diversa da quella della nostra epoca, caratterizzata da due coordinate principali: il “consumo” del provvisorio che non servirà e “l’utile” che garantisca una vita piacevole e facile. L’ambito monastico, invece, ha soprattutto due parametri speculari rispetto a quelli evidenziati sopra: la “stabilità” che “rimane” nel tempo e il “simbolo” che “rimanda” ad altro, anche se è presente una valenza funzionale alla vita concreta, che in qualche modo rimanda all’utile. È su questi tre elementi, “stabilità”, “simbolo” ed “utile”, che si focalizza la struttura del monastero. Se la stabilità invita alla costruzione solida e possente, che rimane, è tuttavia il simbolo che definisce l’architettura dello spazio monastico, in cui lo sfondo, però, assicura una certa utilità che renda vivibile il luogo.

Il centro del monastero è dato dal chiostro. Esso è il luogo che indica simbolicamente la stessa vita monastica come comunione con Dio (manca il tetto, per cui si sperimenta il cielo) e con i fratelli.
È dal chiostro che si accede a tutti i locali del monastero.

La chiesa, di imponenti dimensioni, mostra simbolicamente quale sia l’attività principale del monaco: la preghiera corale, chiamata opus Dei, opera di Dio. Essa, a partire dal secondo millennio, è posta (tranne rarissime eccezioni) a nord rispetto al chiostro. Dal lato opposto alla chiesa, nella parte sud del monastero, è collocato solitamente il refettorio. Queste due posizioni opposte, la chiesa a nord e il refettorio a sud, obbediscono, probabilmente, a criteri di funzionalità pratica, “utile”: la chiesa a settentrione costituisce una notevole barriera al freddo e il refettorio a mezzogiorno garantisce un pasto al caldo anche nel periodo invernale.

Il simbolo, tuttavia, rimane l’orizzonte fondamentale per comprendere in profondità la dislocazione degli spazi e la struttura architettonica del monastero, perché nella visione monastica la realtà terrena deve sempre rimandare a quella del cielo, il tempo all’eternità, il provvisorio al definitivo.

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