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Epistolæ – 2014

Pasqua 2014

Carissimi confratelli e consorelle,

la solennità della S. Pasqua si avvicina a grandi passi. Pollice in alto: Cristo ha vinto la morte!

 

La Pasqua è un evento, un messaggio, un canto

È innanzitutto un evento. Quella notizia, da quando ha cominciato a rotolare giù dalla collina del Golgotha, continua fare il giro del mondo, rimbalzando di anno in anno, da un capo all’altro del nostro piccolo pianeta. Gesù di Nazaret non può essere inserito nel registro dei defunti, in quanto è tuttora in vita, e deve essere perciò rigorosamente computato nell’anagrafe dei vivi! Anzi, per Lui si richiede un registro speciale, perché risorgendo da morte, si è reso reperibile sotto ogni latitudine e in ogni tempo: ieri, oggi e sempre (Eb 13,8).

La Pasqua è un messaggio. In effetti la Risurrezione di Gesù fa la cosiddetta differenza: la fede cristiana sta o cade con la verità o meno di questo. Se la Risurrezione è vera, allora cambia tutto, “nulla rimane più come prima” (papa Francesco): il mondo non è un immenso orfanatrofio, dove vivono accalcati circa sei miliardi di solitari e la vita non è una vacanza tragicomica che ha il suo capolinea in un cimitero.

L’adesione convinta della nostra vita alla sorprendente notizia della risurrezione di Cristo fiorisce nel canto dell’alleluia, una parola ebraica che è un concentrato di gioia. Anzi, come sappiamo tutti, risulta composta da due parolette: hallelu-Jah, che significano: lodate il Signore. Noi potremmo tradurre: W il Signore! L’alleluia non si può recitare… si può solo cantare! Se possibile, nelle celebrazioni liturgiche del Tempo Pasquale, cerchiamo di cantarlo o con melodie recenti e polifoniche o preferibilmente con quelle ineguagliabili del canto gregoriano: da quelle più sobrie dell’Antifonale monastico a quelle più raffinate del Graduale.

Inoltre, mi sembra importante che a livello comunitario ci lasciamo intercettare da quel primo versetto, così felicemente intrigante di Gv 20, 1-9: «Il primo giorno della settimana […] di mattino, quando era ancora buio». Non ci viene offerto solo un versetto ad alto valore simbolico ma anche una chiara indicazione operativa che, mi sembra, è anzitutto quella di aprire le nostre comunità alla freschezza di una nuova alba che investa il loro attuale status quo, segnato da luci e ombre, rinvigorendo o recuperando il loro compito profetico e propositivo all’interno delle rispettive chiese locali. Per alcune di esse forse basterà consolidarsi sulla base di più maturi equilibri, per altre di procedere con più decisione verso un’identità monastica che attende di emergere più nitida. Soprattutto l’Abate (Priore Conventuale o Superiore) dovrebbe avere l’avvertita responsabilità di rispondere concretamente alle esigenze di autenticità e di serietà poste da coloro che intendono abbracciare la vita monastica. Altrimenti, come ha detto un abate contemporaneo, i giovani che entrano come postulanti in monastero, spesso “non trovando ciò che desiderano si accontentano di desiderare ciò che trovano”, innescando uno sterile appiattimento. Questi giovani desiderano trovare un’identità monastica forte che si esplicita anche (ma non soltanto) in quelle che sono le tipiche osservanze more benedictino.

Se una comunità, per esiguità numerica o per altri motivi, non può (o non può più) dare un’immagine vera ed efficace del carisma monastico c’è da chiedersi se non sia forse cessata la “legittimità” del suo esserci…

Auguriamoci che la nostra Congregazione, nel suo insieme, respiri a pieni polmoni l’aria di Pasqua alla luce anche del settecentesimo anniversario dell’arrivo dei nostri Fondatori nel luogo dove ora sorge Monte Oliveto. Vorrei che vivessimo con intensità questo ritorno al momento aurorale della nostra storia. In allegato a questa mia Lettera c’è il programma dell’Incontro, 25-29 agosto 2014 a Monte Oliveto, organizzato dalla Commissione capitolare creata ad hoc per le celebrazioni. Data la grande importanza dell’evento giubilare mi permetto di insistere affinché tutti i nostri Superiori* siano presenti e, con essi, per quanto possibile, anche alcuni monaci specialmente se in formazione iniziale. In quei giorni ci misureremo con il momento sorgivo e spiritualmente esaltante del nostro carisma ma soprattutto dovrà essere un tempo per alimentare la congenita communio che ci caratterizza e, in questo senso, il venerdì mattina del 29 agosto dovrà fare “storia”…

Vi auguro di celebrare una Santa Pasqua che coinvolga nel suo passaggio da morte a vita le vostre personali e comunitarie aspirazioni, confluite nel respiro della Chiesa universale, abbracciata ai piedi del suo Sposo crocifisso e sempre alla ricerca del suo Signore Risorto.

In grande comunione,

+ Diego M. Rosa osb oliv.

Abate Generale

 

 

Natale 2014

Carissimi confratelli e consorelle,

strana strategia quella architettata da Dio a Natale! A Betlemme Dio non vuole abitare la storia da posizioni di potenza ma di marginalità; non vuole vincere con la forza ma stravincere con la mitezza. Dio non viene per asfaltarci ma per farci più grandi.

Strana corsia quella imboccata da Dio per Natale. Non è nella direzione uomo-Dio, ma in quella contraria: Dio-uomo … cielo-terra … angeli-pastori …! È una provocatoria inversione a U che sfocia nella «rivoluzione della tenerezza» (Papa Francesco) che, a sua volta, passa per la conversione all’umiltà (le cui istruzioni per l’uso ce le fornisce il cap. VII della Regola). Per Dio, essa non significa tanto sentirsi piccolo ma farsi piccolo. Il “raggomitolarsi” di Dio nella nostra storia impressiona e desta tenerezza. Questo bambino che ha un nome che salva ‑ Gesù! ‑ ci permette di dare del “tu” a Dio, in un dialogo intessuto di adorazione e di amore filiale. Questo ci offre la capacità di riannodare o intensificare quei legami fraterni che come gli angeli, come i pastori, come i magi, come le stelle … siamo chiamati a metterci in cammino verso l’altro soprattutto se per diversi motivi, ci è difficile relazionarci con lui. Ogni giorno attuare quella che Papa Francesco ama definire come “la mistica dell’incontro”!

Questa volta il S. Natale arriva preceduto da pochi giorni dall’apertura ‑ lo scorso 30 novembre ‑ dell’Anno della Vita Consacrata che, come sappiamo, terminerà il 2 febbraio 2016 e dalla pubblicazione (28 novembre 2014) della Lettera Apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati che si pone come un trittico: tre capitoletti articolati rispettivamente il primo in tre paragrafi, gli altri due in cinque. Non possiamo sottrarci al respiro ecclesiale di questo anno “speciale” e perché non si risolva in un’occasione mancatama in un’occasione centrata, più che un anno celebrativo dovrà essere un anno fondativo, cioè di rivisitazione dei “perché” della nostra vita monastica e di ritorno alla verità della nostra vocazione. Questo comporterà inevitabilmente anche il porsi certe domande….

Papa Francesco, nella sua Lettera Apostolica, propone obbiettivi, postula attesee auspica orizzonti dalla Vita Consacrata. I tre obiettivi sono come degli slogans splendidi e salutarmente intriganti: guardare il passato con gratitudine ‑ vivere il presente con passione ‑ abbracciare il futuro con speranza. Vedremo durante il 2015 se, quanto e come rapportare queste tre frecce segnaletiche al caso specifico della nostra Congregazione. Mi sembra comunque che, ad esempio, da diversi tempi, siamo già inseriti nella prospettiva del «guardare il passato con gratitudine», soprattutto grazie anche ai Convegni degli ultimi anni compreso quello 25-29 agosto 2014. Se necessario o opportuno, certamente si potrà ancora continuare in questa direzione, «non per fare dell’archeologia o per coltivare inutili nostalgie … ma per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri» (Papa Francesco). C’è un’espressione di Pablo Neruda che sempre mi affascina: «Che cosa mai imparò mai l’uomo dalla terra, per poter conversare con il cielo?». Impariamo dalle nostre radici monastiche che affondano nel deserto, quello di Accona…

Anche le altre due indicazioni di marcia ‑ “vivere il presente con passione” e “abbracciare il futuro con speranza”‑ ci interpellano e non possono essere disattese. La prima ci porta nella concretezza del quotidiano monastico che deve essere pilotato dall’amore preferenziale per Cristo. Nella domanda del Papa: «Gesù, è davvero il primo e l’unico amore?» noi benedettini possiamo leggere la semplice sintesi di due espressioni della Regola: «nulla anteporre all’amore per Cristo» (RB 4,21) e, «non avere niente di più caro di Cristo» (RB 5,2). L’altra prospettiva consiste, invece, in un vigoroso invito a guardare al futuro con tenace fiducia, consapevoli che lavora per noi (e molto meglio di noi!…) quell’insuperabile e divino regista che è lo Spirito Santo.

Il secondo capitolo della Lettera Apostolica sgrana, una dopo l’altra, le attesedi Papa Francesco: la testimonianza della gioia che è una delle migliori “pubblicità” vocazionali; il recupero di una carica profetica che presenti senza sconti la nostra identità carismatica; la spiritualità della comunione, cioè promuovere, apprendere o riapprendere l’arte di autentiche relazioni fraterne nella comunità, vista come cantiere permanente di comunione; l’attenzione agli ultimi: oggi, per noi monaci essi sono costituiti da quelle “periferie” di ogni tipo che approdano numerose nelle nostre foresterie e che chiedono un’accoglienza forse un po’ meno selettiva e formale, ma che comporta serenità e empatia e, in molti casi, un servizio di consolazione e di compassione.

Completano la Lettera Apostolica gli orizzonti di quest’anno speciale, cioè la sua cordiale partecipazione a quei laici che esprimono sensibilità verso i vari carismi della Vita Consacrata (nel nostro caso, potrebbero essere gli oblati secolari o gruppi/associazioni che seguono la nostra spiritualità) e alle altre Chiese cristiane (c’è un accenno al monachesimo “patrimonio della chiesa indivisa” e al dialogo inter-monastico). Last but not least, Papa Francesco si rivolge ai vescovi perché colgano l’Anno della Vita Consacrata come «un’opportunità per accogliere cordialmente e con gioia la vita consacrata come un capitale spirituale …». A loro incombe il dovere di promuovere e tutelare la Vita Consacrata presente nella diocesi, passando da una visione funzionalistica ad una carismatica e profetica, nel contesto di una corretta ecclesiologia di comunione.

La Lettera Apostolica di Papa Francesco la possiamo considerare come una strenna natalizia, un dono che egli fa a tutti i consacrati e consacrate. Essa ospita riflessioni preziose e feconde che vengono a sostanziare la nostra preparazione al Santo Natale.

Per l’imminente 25 dicembre, auguro a tutti e a tutte di lasciarsi raggiungere dalla tenerezza di Dio che vuole sollevarci alla sua guancia (cf. Os 11,4) per darci il suo Amore.

+ Diego M. Rosa osb oliv.

Abate Generale

P.S. Come già reso noto dall’Economo Generale e dal Cancelliere, si ricorda nuovamente e si sollecita il pagamento delle tasse per la Confederazione Benedettina (Curia Primaziale, S. Anselmo, Roma). Faccio presente che molti monasteri Olivetani non hanno assolto negli ultimi anni a questo dovere.

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