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Epistulæ – 2017

 

Pasqua 2017

MESSAGGIO PER LA SANTA PASQUA DI RESURREZIONE A.D. 2017

La Risurrezione di Gesù alla quale ci stiamo preparando con gioia spirituale, non è un evento confinato nel mondo di duemila anni fa, ma essa è sempre in corso. Anche oggi, mentre stiamo vivendo non un cambiamento di epoca ma un’epoca di cambiamento.

Mi piace immaginare presente in ogni nostro monastero il sepolcro di Gesù spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba, aperto come il guscio di un seme… e fuori (nel chiostro, nei corridoi, nei luoghi cosiddetti “regolari”, nelle celle) è Primavera! Alcune nostre comunità, prigioniere dei loro problemi, assomigliano a Maria Maddalena che accecata dal suo pianto non riesce a riconoscere i segni della risurrezione di Cristo. “Perché piangi” (Gv 20,13). È una domanda che chiede ad ognuna di queste comunità di verificare con serenità e obbiettività i motivi che hanno portato alla loro attuale situazione di fragilità, alla loro stanca rassegnazione, agli interrogativi circa il futuro che le attende. E il punto di partenza per una seria e fruttuosa verifica è l’altra domanda posta alla Maddalena: “Chi cerchi?” (Gv 20,15). Salvo eccezioni, con tutta probabilità, la loro problematica situazione è originata da un quaerere Deum comunitario insapore e incolore, che accompagna una forma di vita monastica piuttosto insignificante e con scarso rilievo nella rispettiva chiesa locale, dove un monastero, per la peculiare identità che lo connota, deve stare ai margini ma non dev’essere marginale! Purtroppo, ci sono ancora alcune nostre comunità che esitano a compiere decisamente quel salto di qualità di autentica vita benedettina che eliminerebbe certi segni di sterilità, probabilmente anche quello vocazionale.

La tomba vuota di Gesù… questa è forse l’icona di qualche nostra comunità, vuota di speranza e vuota di vocazioni! La tomba vuota di Gesù apre nuovi sentieri e perciò essa deve diventare un punto di partenza…

Con queste ultime parole che vogliono essere il mio più sentito augurio pasquale, saluto fraternamente tutti voi!

✠ Diego M. Rosa osb

Abate Generale


SANTO NATALE  2017

Non ascoltiamo solo il brusio degli angeli…

Con la sua nascita, il Figlio di Dio non considera un tesoro geloso l’incalcolabile capitale di felicità di cui è titolare ma la vuole condividere con tutti. Di questa felicità non-stop ne siamo investiti anche noi monaci. Il colore più bello di questa felicità è la gioia. Con un piccolo blitz verbale, penso che ad Evangelii gaudium si potrebbe aggiungere: “Regulae gaudium” e, ad Amoris laetitia: “Vitae monasticae laetitia”…Una gioia tutta interiore ma che trasborda inevitabilmente nel quotidiano in bianco e nero dei nostri monasteri. Felici di essere monaci! Certo non monaci perfetti ma felici della e nella propria comunità. Pecchiamo di eccessivo ed illusorio idealismo quando ci sorprendiamo a dire: “Se fossi in una comunità diversa, allora sarei felice”; “se avessi più considerazione da parte di chi vive con me…”. Inoltre, la nostra felicità va comunicata e condivisa: se non è di tutti i confratelli è rubata. Facciamone un impegno natalizio! Il test infallibile per capire se la nostra comunità monastica è abitata dalla felicità è quella di osservare i volti dei monaci: sono volti da funerale? disegnati da una tristezza permanente? Facce di Quaresima senza Pasqua?… Un deficit di gioia potrebbe essere una causa di sterilità vocazionale.

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di …” (Mt 1,1-17)

Quando si vogliono ritrovare le proprie origini e, con esse, un po’ della propria identità, si stila una genealogia. Così ha fatto Matteo che con un lento zig-zag che intreccia miserie e grandezze, sfocia nell’estuario benedetto del nome di Gesù. Si rilegge, cioè, la storia per ricercare i nomi di coloro che sono i nostri antenati. E, con loro, il fiume di una storia che insieme a qualche detrito di fragilità si porta dietro numerosi squarci di sole e pagine di grazia. Questo vale per tutte le nostre comunità ma in particolare per quelle che si apprestano a celebrare nel 2018 e nel 2019 gli anniversari di fondazione o rifondazione (25… 50… 100… 700 e… 1000 anni!) dei loro rispettivi monasteri. La storia di questi ultimi non è una semplice somma di fatti in relazione tra loro ma, nella loro storia, come nella Bibbia, c’è Dio che interviene con persone ed episodi e dona una promessa e una benedizione. Questa promessa e benedizione l’abbiamo ricevuta in eredità anche noi monaci del 21o secolo. A nostra volta, la dobbiamo trasmettere ai nostri postulanti, novizi e professi temporanei perché essi sono il presente fiotto di vita delle generazioni monastiche che ci hanno preceduto.

Nel testo di Matteo,“generò” si ripete in modo quasi ossessivo per 39 volte. Quel “generò” fa pensare e riporta in primo piano il problema delle vocazioni da accogliere e formare, trasmettendo un’identità benedettina con le caratteristiche della nostra Congregazione. Questa identità non si inventa ma la si riceve. Sappiamo che anche in campo biologico, quando un essere umano è chiamato alla vita riceve un DNA, cioè un codice genetico unico che contiene in potenza tutto ciò che sarà destinato ad essere. Infine, certe coordinate genetiche sono ereditarie, cioè si trasmettono da una persona ad un’altra. Lo stesso, mi sembra, accade per il nostro carisma monastico con il suo “DNA” che da quando lo Spirito lo ha infuso nella Chiesa, corre nel sangue dei monaci di generazione in generazione, fino ai nostri giorni, provandoci che il futuro è nell’oggi… Molte sarebbero le conclusioni da tirare. Sembra che in alcuni nostri monasteri si sia spiritualmente infiltrata l’attuale e diffusa cultura anti-natalista: resistenze e scarsa volontà di accogliere vocazioni, la non accettazione della fatica di formarle. A motivo di una stanca rassegnazione, si preferisce lo status quo in attesa della fine de facto e de iure

A tutti e a ciascuno il mio augurio per un santo Natale, “santo”… perché se non è santo non è Natale.

✠ Diego M. Rosa osb
Abate Generale

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